Narrazione,  Testimoni & testimonianze

Dostoevskij, Lettere

Siamo di fronte sia a una radiografia di un uomo, sia a quella di uno scrittore. In qualche modo, a una radiografia di un secolo e di un modo di affrontare l’avvenire.
Fëdor Dostoevskij, nato a Mosca l’11 novembre del 1821 ed è morto a San Pietroburgo il 9 febbraio 1881. 
Il Saggiatore, a cura di Alice Farina, pubblica 455 Lettere per buona parte inedite in Italia. Traduzione di Giulia De Florio, Alice Farina e Elena Freda Piredda.
Per tutta la vita – scrive la Curatrice nell’introduzione – il rapporto con la fede è un altro testo continuamente aperto e in divenire. Il cristianesimo di Dostoevskij – seppure sia difficile attribuire l’aggettivo «cristiano» a tutta una vita, tanto più a una vita indomita – non ha nulla di dogmatico: è una religione che accoglie i limi- ti dell’uomo e che può persino inglobare una qualche forma di ateismo”. In una lettera del febbraio 1854, Dostoevskij scrive: Vi dirò di me che io sono un figlio del secolo, sono un figlio del dubbio e della miscredenza, fino a oggi e (lo so) finché campo. Questa sete di fede mi è costata e mi costa spaventose sofferenze, ed essa cresce nel mio animo tanto più forte quanto più in me albergano conclusioni opposte. E tuttavia, Dio mi concede a volte degli attimi in cui sono assolutamente in pace; in quei momenti amo e vedo che sono amato dagli altri, e in quei momenti ho riposto in me il simbolo della fede nel quale per me è tutto limpido e santo. Questo simbolo è molto semplice, ed è questo: credere che non ci sia niente di più bello, profondo, disponibile, sensato, coraggioso e perfetto di Cristo e non solo non c’è, ma mi dico con amore geloso, che nemmeno può esiste- re. Inoltre, se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è al di fuori della verità, e davvero la verità si trovasse fuori di Cristo, preferirei comunque rimane- re con Cristo piuttosto che con la verità“.
Un testo quanto prezioso per gli studiosi di Dostoevskij e per coloro che desiderano conoscerlo dalle sue lettere personali.
Il 22 dicembre 1849, quando Dostoevskij scopre che la sua pena di morte si è appena trasformata in quattro anni di lavori forzati, scrive a Michail delle parole molto potenti: La vita è vita ovunque, la vita è dentro di noi, non al di fuori. Intorno a me ci saranno altri uomini, ed essere un uomo tra gli uomini e rimanerlo per sempre, qualunque disgrazia capiti, senza lamentarsi, non perdersi d’animo – ecco in che cosa consiste la vita, qual è il suo scopo. Me ne sono reso conto. Quest’idea si è fatta di carne e sangue. È la verità! Quella testa che creava, si nutriva della vita superiore dell’arte, che ha compreso e si è abituata alle nobili esigenze dello spirito, quella testa ormai si è staccata dalle mie spalle. Ne è rimasto il ricordo e le immagini create, ma rimaste ancora senza forma. Lasceranno cicatrici, è vero! Però in me è rimasto il cuore, e quella carne e quel sangue che ancora possono amare, soffrire, desiderare e ricordare, e in fondo anche questa è vita!“.

Fëdor DostoevskijLettere, Milano, Il Saggiatore, 2020, pp. 1376, € 75,00.

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